La prestigiosa rivista online “Gruppo: Omogeneità e differenze” edita da ARGO – Associazione per la Ricerca sui Gruppi Omogenei (http://www.argo-onlus.it) pubblica nel suo numero di dicembre 2025 un interessantissimo articolo del nostro Presidente Fulvio Tagliagambe che trovate qui di seguito.
Al seguente link è scaricabile gratuitamente l’intera rivista: https://www.argo-onlus.it/wp-content/uploads/2015/01/N.11ed.2025.B.pdf
Senza capo né coda: adolescenza intransitiva e assuefazione
Fulvio Tagliagambe
Abstract
Con il divenire soggetto il bambino entra attivamente nell’ambito relazionale. Nasce l’Io, il pensiero simbolico e riflessivo e, con il linguaggio la possibilità di esprimersi e sentirsi ascoltato, di guardare l’Altro e sentirsi visto. Con l’avvento della soggettività si perde la condizione di oggetto e la continuità delle cure materne. È proprio il senso di questa mancanza a generare il desiderio, in un’oscillazione tra spinte di individuazione e di appartenenza. Durante l’adolescenza questa alternanza diventa sempre più conflittuale.
Il sentire al contempo la necessità di separarsi per costruirsi e l’angoscia di vivere la separazione come perdita irreparabile, può costituirsi come miscela deflagrante che rende intollerabile questa precarietà. L’ambiguità dell’adolescente, tra desideri di contenimento e di autonomia, non va interpretata come difetto o incoerenza, ma come nucleo stesso che genera la vita psichica.
L’adolescenza contemporanea viene letta in relazione alle trasformazioni sociali e politiche che hanno caratterizzato gli ultimi decenni: dal crollo delle grandi narrazioni, alla precarietà economica e affettiva e che producono nuove forme di assuefazione e falso Sé. Nel finale, il gruppo terapeutico a orientamento psicodinamico viene proposto nella sua funzione d’esperienza di autenticità, dove la condivisione e il riconoscimento reciproco permettono di riattivare i processi di soggettivazione bloccati e restituire senso creativo all’ambiguità come risorsa vitale.
Parole chiave: Ambiguità, soggettivazione, desiderio, gruppo, autenticità
Abstract
With the emergence of subjectivity, the child enters the relational field as an active participant. The ego, symbolic and reflective thought, and, through language, the capacity to express oneself and to feel heard, to look at the Other and to feel seen, all come into being. With the advent of subjectivity, the child loses the condition of being a passive object and the continuity of maternal care. It is precisely the experience of this loss that gives rise to desire, in a continuous oscillation between the drives for individuation and belonging. During adolescence, this alternation becomes increasingly conflictual. Feeling at once the need to separate in order to build oneself, and the anguish of experiencing separation as an irreparable loss, can form an explosive mixture that renders such precariousness intolerable. The adolescent’s ambiguity—torn between desires for containment and autonomy—should not be interpreted as a defect or inconsistency, but as the very core that generates psychic life.
Contemporary adolescence is examined in relation to the social and political transformations of recent decades: from the collapse of grand narratives to the economic and emotional precariousness that has fostered new forms of addiction and false self. In conclusion, the psychodynamic therapeutic group is proposed as a space of authenticity, where sharing and mutual recognition make it possible to reactivate blocked processes of subjectivation and to restore a creative meaning to ambiguity as a vital psychic resource.
Keywords: Ambiguity, subjectivation, desire, group, authenticity
“I was very ignorant, and little, and had no one to confide in.”
(“Ero molto ignorante, e piccolo, e non avevo nessuno in cui confidare.”)
(Charles Dickens: David Copperfield Cap. XI)
“Please, sir, I want some more. “
(“Per favore, signore, ne vorrei ancora.”)
(Charles Dickens: Oliver Twist Cap. II)
Così come ci insegna Winnicott che non esiste ciò che noi chiamiamo bambino distinto dalle cure materne, non esiste l’adolescente se non all’interno dei differenti contesti con i quali si rapporta e in cui lo osserviamo.
La descrizione che potrebbero fare di lui la madre e il padre, già non di rado discordante, differirebbe in modo sostanziale, da quella fatta dai suoi fratelli, dagli amici, dagli insegnanti, dall’allenatore della sua squadra sportiva.
L’ambito in cui si muove e lo si osserva è pertanto un elemento per nulla secondario, allo stesso modo per cui, in meccanica quantistica, lo stesso elemento può assumere la forma di particella o di onda a seconda del campo e dello strumento di osservazione utilizzato.
Se il suo organismo attraversa una fase di transizione contrassegnata da sviluppi corporei che, perlopiù, sono omologhi nell’adolescente di ieri e in quello di oggi, sul piano psichico questa condizione è assai più complessa. Infatti, oltre a ingaggiarlo nella continua revisione e sincronizzazione di un’immagine di sé disallineata dai mutamenti del corpo, è soggetto alle induzioni ambientali, agli stimoli che lo sollecitano, alla cultura, alle mode della società in cui è immerso.
Ancora dipendente dall’ordinamento familiare, l’adolescente si muove all’insegna di un’ambiguità sospesa tra il mondo dell’immaginario e una realtà sempre più stringente che gli richiede di “funzionare”, di essere adeguato e performante.
Un conflitto che ha dilatato i tempi del passaggio dall’infanzia all’età adulta, che fino agli inizi del secolo scorso, era molto più rapido e l’adolescenza non aveva uno status sociale proprio e definito.
Nelle citazioni tratte da “David Copperfield” e da “Oliver Twist” Charles Dickens sintetizza, con grande efficacia, la condizione di fragilità e lotta per la sussistenza dei due protagonisti, giovani adolescenti nell’Inghilterra vittoriana. La fame non è solo relativa al cibo, ma simbolica dei bisogni elementari di affetto, di riconoscimento, di protezione in una società che li nega, gettando l’infanzia nell’immediatezza dell’età adulta, l’ingenuità nell’ineludibile necessità di arrangiarsi.
La denuncia di Dickens e l’avvento con lui del romanzo fondato sull’analisi del contesto sociale non come sfondo, ma come parte sostanziale dell’assetto psichico di tutti i personaggi che ne fanno parte ha avuto una grandissima influenza nella letteratura dell’epoca. E non solo.
È nota l’attenzione e il riconoscimento di udud per i poeti, gli scrittori, e per la capacità dell’arte di sopravanzare il sapere delle scienze.
“Si dice in genere che il poeta deve evitare i contatti con la psichiatria e lasciare ai medici il compito di descrivere gli stati mentali patologici. Ma in realtà nessun vero poeta ha mai rispettato questa prescrizione. La descrizione della vita interiore dell’uomo è proprio il suo campo specifico ed egli è sempre stato il precursore della scienza e anche della psicologia scientifica…… Così né il poeta può sfuggire allo psichiatra, né lo psichiatra al poeta; e la trattazione poetica di un tema psichiatrico può, senza perdere la propria bellezza, risultare corretta” (Freud, 1907, p. 1152).
In particolare “David Copperfield” era un libro che Freud preferiva a tal punto di farne un dono di fidanzamento a Martha Bernays.
Del lavoro di Dickens, Freud apprezzava lo sviluppo psicologico dei suoi personaggi, le difficoltà insite nella costruzione dell’identità.
In “David Copperfield” sono presenti temi inerenti alla formazione dell’Io in cui le memorie infantili si intrecciano con l’ambivalenza delle relazioni con le figure paterne. Sono molteplici le connessioni con i temi elaborati da Freud sull’adolescenza e l’ambiguità che la caratterizza.
In un quadro edipico variegato e complesso, forze uguali e contrarie rendono compresenti elementi di regressione e di progresso, conflitti e identificazioni infantili con spinte verso nuovi oggetti di investimento.
La “Tempesta pulsionale”, con il riemergere delle energie sessuali, inoltre, condiziona il processo rendendolo ancora più intenso.
Questi temi, sottolineati da Freud e i successivi studi e gli sviluppi del pensiero psicoanalitico hanno notevolmente contribuito a valorizzare l’importanza di questa fase dello sviluppo e a coglierne la funzione strutturante nel processo evolutivo.
L’ambiguità rimane come elemento in continuità, pur nelle differenti letture dei tanti autori che se ne sono occupati, concordi nell’interpretarla non come una manifestazione patologica, ma in funzione della riorganizzazione dell’apparato psichico.
Winnicott la coniuga come oscillazione tra autenticità e falso sé, tra spinte di individuazione e di adattamento, nella ricerca della propria soggettività in uno spazio di gioco psichico alle prese con i desideri di autonomia e la compiacenza che lo lega al suo ambiente.
Questa potenzialità dell’essere in cerca di se stesso rende l’adolescente una sorta di “Oggetto trasformazionale”, perfetta sintesi con cui Bollas lo descrive, dove il caos e l’incertezza fanno parte di una dimensione creativa e hanno una funzione generativa dello sviluppo, non priva di intoppi e sofferenze.
Il conflitto tra appartenenza e individuazione, infatti, pone l’adolescente in uno stato di crisi di identità, in una confusione di ruolo e un senso di precarietà che non gli consentono di riconoscersi e determinarsi.
Sono in gioco quei bisogni di sicurezza, garantiti dai legami originari, tuttora presenti, ma sempre più insufficienti per rispondere a un’ineludibile necessità di differenziarsi per sentire di esserci.
Due spinte co-presenti, uguali e contrarie, che convivono in questo stato di ambiguità.
È una condizione che patisce la difficoltà di accettarsi, sia fisicamente che psichicamente, con l’esito di produrre vissuti di inadeguatezza e di vergogna, sentiti come dirompenti e minacciosi per la paura di essere rifiutato.
Il doversi nascondere nell’ipocrisia del falso sé rimane come unica possibilità di difesa per la vergogna di non valere e il timore di essere giudicato e “scartato” per questo.
Trattandosi di un passaggio obbligato, questa situazione di ambiguità e indeterminatezza è uguale per tutti. La sua universalità la dispone nell’ambito “fisiologico” dello sviluppo e la differenzia dagli stati patologici in cui possono evolvere le molteplici forme di difesa e negazione del processo.
L’oscillazione tra le spinte che ricercano la propria autenticità e le difese di un sé, inevitabilmente falso proprio perché non intero, è il cuore della crescita e il modo in cui la si affronta e le soluzioni adottate per costruire un’identità relativamente stabile, segnano il carattere e la qualità della narrazione della personalità di ognuno.
La sofferenza connessa al sentirsi inadeguato e la solitudine patita nel rendere indicibile il senso di sé al giudizio degli altri si riflettono in una condizione di vulnerabilità e in un profondo senso di fragilità.
Il sentire al contempo la necessità di separarsi per costruirsi e l’angoscia di vivere la separazione come perdita irreparabile, può costituirsi come miscela deflagrante che rende intollerabile questa precarietà.
Un’instabilità pulsionale ed emotiva troppo intensa per le capacità di un Io ancora impreparato ad accoglierla e dargli significato.
Solo, in questa condizione, le sue inquietudini non trovano risposte neppure in famiglia, con adulti spesso arroccati in un Io fin troppo organizzato, che ha compromesso il contatto e la fruizione con le aree più istintuali e vitali e che si trovano a malpartito a gestire anche le proprie.
Posizioni opposte, in controfase, che rifuggono dall’empatia e da una possibile identificazione comune.
Ogni epoca offre configurazioni possibili agli adolescenti che la vivono.
L’ordinamento che le governa si pone come materia prima con cui, nel bene e/o nel male tutti ci confrontiamo.
Ad esempio, la leva militare obbligatoria, abolita agli inizi di questo secolo, faceva parte di un elemento di realtà che entrava direttamente nel processo di separazione-individuazione. Era una norma e, in un certo senso, normalizzava il distacco. Inoltre, a quelli che provenivano da aree economicamente e culturalmente più arretrate, offriva un motivo di affermazione:
“Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo” diceva, vantandosene nei suoi film Totò, per sottolineare di non essere uno sprovveduto senza esperienza.
Nell’Italia degli anni 50 un giovane del sud godeva di uno status per aver fatto il militare al Nord.
Questo obbligo a cui tutti erano chiamati, naturalmente non portava di per sé allo sviluppo e all’emancipazione, ma dava un taglio netto alla continuità relazionale con la famiglia e l’ambiente, imponendo nuove soluzioni.
Queste potevano prendere una direzione coadiuvante rispetto alla crescita, oppure impattare gli aspetti più regressivi.
Fu proprio anche a causa di questi ultimi, moltiplicazione di atti delinquenziali , anche di omicidi, che fecero scandalo, e di “nonnismo”, ovvero di atti di bullismo, anche brutali, nei confronti dei coscritti più giovani, che si decise per l’abolizione dell’obbligo di leva e per un’adesione su base volontaria.
La necessità di intervenire per favorire i processi di separazione rimane come esigenza, ma, l’epoca attuale risponde con proposte più circoscritte e variegate, come, ad esempio, i programmi di studio all’estero, atti a favorire la mobilitazione degli studenti in funzione di esperienze propedeutiche al loro sviluppo e alla loro crescita.
L’adolescente, per evolversi, ha bisogno di sperimentare appartenenze multiple, gruppali, in grado di offrire stimoli nei quali riconoscersi, risonanze che gli permettano di individuare le proprie inclinazioni.
Differenti ambienti, caratterizzati da motivi di aggregazione condivisi che ne costituiscono lo statuto, si pongono come luoghi di riferimento organizzati per il ritrovo dei giovani. Si tratti di un oratorio, piuttosto che di un’associazione sportiva, un centro sociale o per appassionati di modellismo, coloro che ne fanno parte hanno in comune uno stesso interesse che li attiva al reciproco scambio.
Ciascun individuo si forma nella molteplicità di appartenenze ai tanti gruppi di cui ha fatto parte e che hanno inciso, in modi più o meno intensi, a renderlo la persona che è diventata.
Saggiare gli oggetti di investimento per sentirne le differenze, permette, in una fase ancora poco definita, di esplorare la propria soggettività in relazione all’ambiente, in una reciproca sintonizzazione creativa.
Nel complesso percorso che, dalla condizione neonatale porta all’età adulta,
il sistema cervello-mente è impegnato nella costruzione psico-fisica dell’individuo. È un lungo processo che, con la crescita, evolve la condizione del neonato, dall’essere oggetto al divenire soggetto.
Mi soffermo su alcuni passaggi perché li ritengo utili in quanto mettono in evidenza differenti assi di oscillazione di quelle forze, uguali e contrarie, che insieme convergono, nel periodo dell’adolescenza, in un’ambiguità con un alto coefficiente di conflittualità.
Il bambino, la mamma e il passeggino
Cammino per un lungo viale dove sono solito recarmi per fare la spesa.
La mia attenzione è attratta da un bimbo di un paio d’anni che strepita perché vuole scendere dal passeggino. A un certo punto la madre si arrende e lo vedo che, tutto soddisfatto, si mette alla guida dell’attrezzo. Sbrigo le mie faccende e, dopo un po’ lo ritrovo in un negozio in cui entro, mentre piange perché vuol essere preso in braccio.
Si tratta di una piccola scena quotidiana in cui non è difficile imbattersi.
Forse in un altro momento non l’avrei notata ma, nel cammino verso i negozi, stavo pensando a questo articolo, che stavo scrivendo e che avevo interrotto da poco. Mi è sembrato che lì, sotto i miei occhi, si ritrovassero condensati i temi su cui stavo riflettendo.
Quel bimbo, uscito dal buio neonatale di essere oggetto senza soggetto, è alle prese con l’inizio di un processo di soggettivazione, che lo mobilita in azioni sospinte dall’acquisita capacità di sentire la mancanza e, quindi, di desiderare.
Vive la libertà di un bambino di spostarsi dai desideri di individuazione a quelli di appartenenza, passando dall’ebrezza di voler fare da solo, al ritornare fra le braccia della mamma. La madre stessa segue l’oscillazione. È uscita, anche lei da poco, dall’essere la luce di quel buio quando, tutto il suo apparato psichico era la soggettività che mancava al suo piccolo e lo metteva a disposizione dei bisogni del bambino. Ora deve graduare il suo ritiro da quella funzione, sincronizzandosi con gli spazi di soggettività che il suo bimbo, via via conquista. Deve alternare risposte alle richieste di autonomia, permettendogli di guidare il passeggino, pronta poi a rassicurarlo quando le fatiche dell’autonomia lo riportano ai bisogni fusionali.
È l’inizio dell’ambiguità che nasce contestualmente alla soggettività:
il bambino vuole essere libero e simultaneamente essere contenuto, vuol essere allo stesso tempo soggetto del desiderio e oggetto del desiderio della mamma.
Questa scena, nelle dinamiche infantili che la sottendono, la ritroviamo, trasposta nel tempo, nell’adolescente, alle prese con la stessa ambiguità del desiderio di separarsi e di essere contenuto.
Individuazione e appartenenza però ora non trovano la stessa disponibilità di risposta. La stessa mamma, che allora rispondeva accogliente a questa alternanza, ora gli chiede insistentemente di mettere a posto la stanza, di studiare, con il padre che minaccia di mandarlo a lavorare.
“Mala tempora currunt !”, dicevano i latini.
Eppure, non è così che un tempo andavano le cose: era solo un’illusione?
“…c’è un momento nell’evoluzione umana in cui l’ideale di conformarsi esclusivamente al piacere si realizza non solo nella fantasia e approssimativamente, ma nella realtà e in modo pieno e completo.
Intendo riferirmi al periodo che l’uomo trascorre nel grembo materno…
Il suo bisogno di protezione, di calore, di cibo viene soddisfatto interamente dalla madre. E non deve neppure compiere uno sforzo per procurarsi l’ossigeno e gli alimenti di cui ha bisogno, dal momento che questi, mediante dispositivi appositi, raggiungono direttamente i suoi vasi sanguigni… Tutto il lavoro volto alla produzione di ciò che è necessario alla vita del feto è affidato alla madre. Se dunque riteniamo che, durante la permanenza nel grembo materno, l’uomo abbia una vita psichica sia pure inconscia e sarebbe assurdo ritenere che la psiche cominci ad operare solo nel preciso istante della nascita, egli deve ricevere dalla propria esistenza l’impressione di essere effettivamente onnipotente. Infatti, che cos’è l’onnipotenza se non la sensazione di avere tutto ciò che si vuole e di non avere alcunché da desiderare?… La ‘megalomania infantile’ circa la propria onnipotenza non è quindi, per lo meno, un delirio ingiustificato; il bambino e il nevrotico ossessivo non pretendono niente di impossibile dalla realtà, se non possono essere distolti dal convincimento secondo cui i loro desideri devono avverarsi; ciò che pretendono è la restaurazione di una situazione che un tempo sussisteva, di quel ‘buon tempo antico’ in cui erano onnipotenti (periodo dell’onnipotenza incondizionata)” (Sándor Ferenczi, 1913).
Gli anni che separano quel bimbo dalla sua adolescenza, in realtà, non sono trascorsi invano. L’ambiguità non si è ancora risolta, in quanto ancora necessaria per la sua funzione costitutiva del desiderio e dell’identità.
Il desiderio e le spinte di individuazione e di appartenenza non sono un segno di incoerenza, di deficit, ma il campo che, tra l’illusione onnipotente e il bisogno dell’altro, si apre alla costruzione del sé, con le sue fragilità e instabilità, ma nel vivo del suo sviluppo.
Mancanza-desiderio e ambiguità
In tutta questa vicenda è cruciale il punto che riguarda il rapporto mancanza-desiderio e il modo in cui si pone nell’assetto psichico e negli equilibri della persona. Non è un equilibrio che si risolve nell’adolescenza, può richiedere una vita e anche non risolversi affatto, ma è determinante nel rapporto tra benessere e malessere.
Freud distingue gli oggetti del bisogno, ad esempio il cibo per la fame, dagli oggetti del desiderio.
Il neonato non nasce con la capacità di desiderare, ma con una sensorialità corporea che avverte i cambiamenti del suo stato.
Il bisogno di cibo e la sua soddisfazione si traducono nel neonato nel passaggio da uno stato di malessere ad uno di benessere.
Il neonato è solo questa sensorialità, un oggetto indifferenziato senza soggetto.
Il soggetto di un neonato è la madre che, in relazione con lui, utilizza il proprio apparato psichico in funzione dei bisogni del suo piccolo.
La condizione favorevole del benessere, per le cure ricevute, consente poi il procedere, senza intoppi, della formazione delle funzioni di base.
Inizia così a formarsi uno spazio psicofisico con il quale costruire la propria soggettività, un processo che durerà tutta la vita.
Lo sviluppo della soggettivazione si avvale poi di strumenti sempre più raffinati e in grado di costruire il senso di sé e il suo essere nel mondo.
La nascita del linguaggio, del pensiero astratto e via via del pensiero simbolico e autoriflessivo lo dispongono al racconto di sé, la coscienza, direbbe Edelman, in cui si configurano sempre più anche i rapporti oggettuali.
È in questa fase in cui si divaricano dimensione oggettiva e soggettiva che si avverte la mancanza dell’una quando si è nell’altra.
Il desiderio si fonda su questo senso di perdita che spinge a creare l’oggetto. Esso esiste solo in virtù del desiderare e non si risolve mai con un oggetto concreto.
Ecco allora che la componente di desiderio, che è insita nell’ambiguità, ne rivela la funzione di risorsa vitale, in cui il non sentirsi soggetto, il senso di mancanza, è movente stesso della “fame psichica” di essere, che spinge, seppur confusamente alla ricerca di un divenire.
Mi immagino il nostro bimbo della vignetta, a casa con i suoi giochi e pupazzetti: ne prende uno, poi lo butta e ne prende un altro e un altro ancora. Niente satura il suo desiderio: né il passeggino, né le braccia della madre, perché, una volta raggiunto, l’oggetto desiderato perde il suo valore e si riattiva il senso di mancanza.
Questo comportamento non è contraddittorio, come lo possiamo interpretare in senso logico, ma è una funzione strutturante della psiche, che non desidera l’oggetto, ma mantenere viva la possibilità di desiderare, vero e proprio cuore pulsante dell’attività psichica e della motivazione al vivere. Il Big Bang della nascita della soggettività segna la fine della condizione primaria di oggetto, ma in un movimento in cui, come nei vasi comunicanti, la condizione di oggetto decresce con il crescere del suo soggettivarsi.
L’ambivalenza le fa coesistere e il pensiero infantile vive l’alternanza come la magia di cui dispone, che gli permette di essere e nell’uno e nell’altro modo a suo piacere.
Come ci insegna Winnicott, il bambino si illude di creare ciò che riceve.
È un’illusione sana, la sua struttura psichica in fieri non potrebbe reggere al senso irreparabile di una perdita.
Per il suo buon funzionamento, quindi, è essenziale poter oscillare.
È così, infatti, che si forma il moto perpetuo del desiderare, che fonda la sua continuità in una perdita definitiva quanto inaccettabile: quella primordiale dello stato di essere solo oggetto dell’amore materno.
Il sole nascente del proprio esistere come soggetto elimina, per sempre, il ritorno di quella condizione e non esiste oggetto che lo possa rianimare; aspettativa che è ancora frutto della posizione illusoria-onnipotente.
Quello scarto che rimane insaturo, è in realtà prezioso per il formarsi, nella maturità, di una soggettività che non perde il desiderio di sviluppo, ma che si muove nella consapevolezza dei limiti, senza perdere il senso creativo dell’illusione.
Allora, sognare quello che non c’è e ci piacerebbe ci fosse, coniugato col senso di realtà, ci permette di modificarla, dando senso ai nostri desideri.
Non si tratta di un adattamento mortificante, ma della raggiunta capacità di sapersi contenere e quindi essere contento. Non onnipotente, né impotente, ma potente.
Ecco allora che le braccia della madre, in cui sentirsi di poter esistere, si aprono alla famiglia, alla piccola comunità, per estendersi fino a comprendere l’intera società. Esserne partecipe significa divenire soggetto del proprio muoversi alla vita in uno spazio condiviso che accoglie e contiene.
Nella costruzione della propria libera soggettività, autonomia e appartenenza dialogano creativamente, nella consapevolezza che l’emancipazione e lo sviluppo del divenire persona si può compiere in un ambiente che tutela e sostiene.
Le braccia della madre diventano uno spazio simbolico e culturale in cui il soggetto deve imparare a collocarsi senza perdersi.
Appartenenza e individuazione, dunque, sono matrice stessa dell’ambiguità e il suo oscillare tra il desiderio dell’una e quello dell’altro è il materiale generativo della nostra psiche.
In questo contesto di passaggio dalla condizione neonatale di oggetto al progressivo sviluppo della soggettivazione, la fase adolescenziale si pone come un valico il cui superamento è ad alto coefficiente di difficoltà.
L’adolescenza non è una malattia, ma ne comprende la componente di sofferenza.
Le sollecitazioni psicofisiche e i cambiamenti che la contraddistinguono possono sfociare in patologie, soprattutto quando sopraggiunge su assetti troppo fragili per affrontarla.
Viceversa, la buona qualità di risorse di cui si è potuti disporre durante l’infanzia e la preadolescenza, permette al giovane di accingersi all’adolescenza in modo adeguato ad affrontarla.
Le fondamenta non sono la struttura di una casa, ma sono determinanti per la sua stabilità.
Il dare significato alla propria vita e al suo evolversi dipenderà dai mezzi disponibili per risolvere i conflitti del passato, ma dipenderà anche dalle caratteristiche e i valori con cui la società saprà accoglierlo e motivarlo.
Sospeso nella terra di mezzo del non essere più e non essere ancora, il giovane vive uno spazio-tempo indefinito, refrattario alle categorie più consuete.
Il senso di incertezza, di attesa di una trasformazione, sfugge alle possibilità di controllo, depotenziando i ruoli e le funzioni anche di chi, preposto ad occuparsene, non sappia stare a sua volta nell’incertezza.
Questo è un punto cruciale che, a partire da un sovvertimento delle dinamiche familiari, coinvolge la dimensione sociale e politica della nostra società, nelle tumultuose accelerazioni che, in pochi anni, hanno sovvertito credenze e stili di vita su cui si sono formate le generazioni precedenti.
La precarietà della sicurezza
Ci sono fatti che per la loro rilevanza nel momento in cui accadono sopravanzano la cronaca ed entrano in modo dirompente nella Storia.
Se ci riferiamo agli ultimi decenni come arco temporale e al mondo occidentale come riferimento spaziale, ne sono un esempio gli attentati dell’11 settembre 2001 e, più recentemente, la pandemia di Covid 19 e le guerre in Ucraina e Medio Oriente.
La potenza di questi eventi imprime un’accelerazione vertiginosa allo scorrere del tempo, come fatti che entrano nella trama del vivere condizionandola fortemente.
La fine della Guerra Fredda con la caduta del muro di Berlino aveva aperto a una nuova grande narrazione di apertura a un’ era di pace e prosperità globale.
Sul piano economico abbiamo sottolineato questa promessa per l’umanità intera chiamandola “Globalizzazione”.
Libero commercio, libera circolazione di merci e capitali, abbattimento delle distanze con la moltiplicazione esponenziale di voli a basso costo e con sviluppi tecnologici in grado di connetterci ovunque, sorvolando blocchi, frontiere, limiti.
Appagati da una crescita economica senza precedenti, da facili rendite finanziarie elargite da una Borsa generosa, abbiamo chiuso gli occhi alle disuguaglianze e all’ambiguità (ecco di nuovo questo termine e non relativo agli adolescenti) di un sistema fondato sul debito e la speculazione, fino al crollo delle illusioni con la crisi finanziaria del 2008.
Da quel momento tramonta l’epoca del lavoro stabile su cui intere generazioni avevano costruito benessere e sicurezza.
Subentra un clima di diffusa precarietà e ansia per il futuro, già minato dal crollo, non solo delle Torri Gemelle, ma dell’illusione di invulnerabilità, globalizzando la paura e il sospetto verso l’altro e verso il futuro, percepiti come minaccia e non come risorsa.
Questi eventi hanno portato a una crisi delle democrazie liberali con una forte polarizzazione politica e un tessuto sociale lacerato da contrapposizioni ideologiche, integraliste e dogmatiche.
La manipolazione delle informazioni e la diffusione di notizie false per mezzo di social media asserviti al potere, ha favorito l’ascesa di movimenti populisti e di leader apertamente in contrasto con il sistema internazionale, basato sulla cooperazione e sul rispetto delle norme condivise.
Negli Stati Uniti della presidenza di Donald Trump e del suo programma “Maga” (Make American great again), è in atto un attacco senza precedenti, teso a demolire la cultura Woke, espressione della resistenza delle minoranze oppresse nel mondo, contro ogni forma di discriminazione razziale, economica, sessuale e di genere.
L’esasperazione massimalista di questi principi di uguaglianza, ne ha depotenziato l’ispirazione, esponendola ad attacchi ripresi e sostenuti anche da leader populisti europei, in un clima in cui la propaganda, la diffamazione e il proselitismo si sono sostituiti a un dialogo e a un confronto costruttivi.
È un’offensiva tesa a colpire e screditare le nuove generazioni, che più si riconoscono nella lotta contro le ingiustizie sociali.
Questi giovani si aggregano, non su una base politica, che non li comprende ed è incapace di attrarli, ma nel riconoscimento e nella difesa di valori universali di giustizia, di libertà di rispetto e attenzione per le minoranze, di cura per il clima e per l’ambiente.
Una cultura che viene considerata dal potere una minaccia per l’America, un “cancro del pensiero”, che deve essere sradicata con la repressione, il carcere, la censura.
La si cancella dai programmi di studio e di ricerca, imponendo la revisione dei corsi di insegnamento nelle scuole e nelle Università non allineate, annullando i finanziamenti federali, indispensabili per la loro sopravvivenza.
Platone, nel Fedro (Platone, ed. 1970, pp. 548-9) utilizza l’espressione “ἄνευ κεφαλῆς καὶ ποδῶν” (“senza capo né piedi”) riferendosi a quei discorsi che, privi di ordine e proporzione, mancano di corpo e struttura. Un ragionamento, per essere vivo e comprensibile, deve avere un inizio e una fine, deve costituire un organismo coerente. Quando ciò non accade, il pensiero appare disarticolato, disperso, privo di direzione.
Questa epoca sta patendo la mancanza di leader politici capaci di unire le differenti componenti del dibattito in un corpo sociale che abbia un capo in grado di pensare, di progettare e i piedi per portare avanti e realizzare programmi di riforme e sviluppo, nel rispetto delle libertà individuali e del bene della collettività.
Un ideale condiviso è il più potente dei contenitori e non ha bisogno, per dirigere, di forme autoritarie di sopraffazione, violenza, coercizione.
La crisi economica, politica e sociale delle democrazie occidentali, è una dispersione annichilente e una frammentazione che polverizza l’insieme in un individualismo sfrenato, malato di una competizione che ha perso il fine di migliorarci e ha assunto i connotati più regressivi e barbarici della prepotenza, della supremazia del più forte.
Se questo è il modello imperante al vertice, a cascata ricade fino alla base,
in un dis-ordine diffuso da un sistema tessuto su influencer e follower, fake news come arma di annientamento dell’altro, arroganza e bullismo come ingredienti per emergere, mortificazione dei valori e delle competenze.
I ritmi del lavoro, imposti dalla paura di perderlo poi, hanno compromesso gli equilibri tra pubblico e privato, tra sonno e veglia, tra realtà e fantasia, sclerotizzando le arterie che ci connettono agli altri e alla vita, con ansie, attacchi di panico, rabbie impotenti e un continuo senso di inadeguatezza, che ci nasconde agli altri per un malinteso senso di vergogna.
Le richieste di aiuto, come psicoanalista, sono comunque il segno di una reazione, a fronte di un’assuefazione indifferente, malattia senza diagnosi della nostra epoca.
Siamo assuefatti a democrazie assuefatte, alla rassegnazione, alla manipolazione, all’accumulo, allo spreco, all’obsolescenza, all’avidità, alle guerre per le materie prime e alla perdita della prima materia che è l’uomo; assuefatti a non partecipare, al conformismo dell’idea del più forte, alla prepotenza, al possesso.
Nel mezzo pubblico che è la vita, intere generazioni bloccano il transito e lo scorrere, lo sviluppo di quelle nuove, in un privato dove lo spazio del singolo e la cura per il divenire individuo, persona, paga lo scotto di una profonda crisi di quei valori che coniugano i delicati equilibri tra i bisogni di individuazione e appartenenza.
Un privato deprivato del senso comune del vivere, del rispetto e riconoscimento dell’altro, altera il senso vero e profondo della libertà, frutto di sviluppo ed emancipazione, confondendo prepotenza con potenza, amore e possesso, in una regressione ubriacante che sovverte regole e principi, sotto l’egida del più forte.
La sottomissione e l’incapacità degli adulti di emanciparsi dalla complessità di questa difficile situazione, di sviluppare un pensiero maturo e genitale, li pone, come genitori, nella contraddizione di adultizzare i bambini, ormai pieni di impegni e corsi di ogni tipo, e infantilizzarli, quando sono adolescenti, nell’incapacità di vederli e assisterli, nella ricerca del loro divenire.
Inoltre, gli sviluppi esponenziali delle tecnologie hanno accelerato il ritmo del tempo, scavando un solco tra la generazione dei genitori e quella dei figli che ha contribuito, non marginalmente, alle difficoltà di confronto delle esperienze, intransitive, chiuse allo scambio; ognuno spinto ad arrangiarsi come può, senza uno stato che protegga e tuteli diritti e doveri.
Adolescence
Recentemente ha avuto grande seguito “Adolescence”, una serie tv focalizzata su questi temi.
Un padre si trova nello sconcerto di vedere il figlio tredicenne prelevato dalla polizia, con l’accusa di aver ucciso una sua coetanea.
Non è un padre assente, di vecchia generazione, quando il rapporto e l’educazione dei figli era delegata alla madre. Lui c’è, è presente e come tanti della sua età si occupa dei figli. Li accompagna a scuola, agli allenamenti sportivi, è rassicurato dal pensare suo figlio al sicuro nella sua cameretta, con tutto ciò che gli serve che si è adoprato a procurargli.
È incredulo di fronte a questa accusa, disposto a fidarsi delle rassicurazioni del figlio e agghiacciato dalla visione di una telecamera di sorveglianza che, invece, lo ha ripreso mentre accoltella la sua vittima.
“Che cosa ho sbagliato? Che cosa potevo fare meglio?” si chiede affranto senza sapere dove guardare per trovare una risposta.
E questa stessa domanda rimbalza nella mente di tanti spettatori, che si immedesimano nell’immediatezza di questa evidenza, che sovverte e spariglia in un istante il senso che si dava, fino a quel momento, alla propria vita e a quella dei propri figli, della propria famiglia.
In seduta, nel mio studio, ne hanno parlato tanti genitori e anche tanti ragazzi. Certo, una serie tv, ma così aderente agli innumerevoli fatti di cronaca, a una realtà che si ripete senza soluzione di continuità.
L’incredulità di fronte all’immagine del proprio ragazzo, da dover coincidere con quella di un assassino, segna tutta la distanza che separa apparenza e realtà e svela l’ambiguità che le teneva, indistinte, insieme.
Non solo quella del figlio, ma anche quella del padre, nel suo sguardo che non vede, nell’abbraccio che non si accorge, nel credere vicinanza la distanza.
E questo lento e inesorabile disvelamento che dalla negazione approda alla realtà è un percorso in cui gli stessi spettatori sono portati, in un bisogno di consapevolezza che risuona nel chiedersi: “Cosa sto sbagliando?”
È una domanda complessa a cui non si può rispondere da soli, individualmente. Quello che siamo e quello che siamo indotti ad essere patisce la stessa ambiguità che opacizza i protagonisti di “Adolescence”.
Se la cronaca ci segnala i tanti femminicidi che coinvolgono non solo gli adulti, ma ormai anche tanti adolescenti, dobbiamo interrogarci su che cosa stiamo trasmettendo loro.
Siamo sconcertati nel vederli con le loro bande in atti di delinquenza, di stupro e bullismo, pubblicati in rete per scalare l’audience.
Eppure, la violenza del linguaggio è prassi quotidiana, impera sul Web, territorio sconfinato per gli odiatori, nello scontro politico, dove impadronirsi di risorse e di territori, del destino dei suoi abitanti è non solo agito, ma sostenuto come diritto, nelle violenze domestiche inarrestabili e in quella delle immagini che mercificano il corpo della donna e persino dei bambini.
In questa logica di possesso è difficile per un padre trasmettere che la tua ragazza, l’oggetto del tuo desiderio, non è una cosa, ma una persona, soggetto dei propri sentimenti e desideri.
Le nuove generazioni, formate nell’incubatrice di questa nostra epoca, alimentate da un modo di pensare (o di non pensare), da una cultura (o dall’assenza di cultura) da un modo di intendere i valori relazionali (o di non intenderli affatto per l’ipertrofia dell’Io), si nutrono con i prodotti che hanno conquistato la supremazia nel supermercato della vita.
Là dove lo sguardo del giovane incontra il mondo adulto come meta del suo sviluppo, ecco che il desiderio di realizzarsi si scontra con l’incertezza, non solo per la crisi del mercato, ma anche per l’incidenza sulla qualità della vita che spesso il lavoro comporta. Lo vede compromesso nella fatica dei genitori, spesso sotto la continua pressione di un dover fare che genera più tensione e ansie che soddisfazioni.
Anche le generazioni più prossime alla sua, quella dei giovani adulti, non sono più rassicuranti. Preparati alla vita con master e specializzazioni di ogni tipo,
nell’aspettative di divenire la prossima classe dirigente, patiscono la delusione di lavori fagocitanti e spesso sottopagati. I più intraprendenti si realizzano all’estero, costretti a cercare altrove la possibilità di esprimersi ed evolversi.
Il rischio è di essere inghiottito nella massa degli anonimi, in un’invisibilità che, per questa generazione, equivale a non esistere.
L’adolescente di oggi vive le stesse ambiguità che appartengono a questa fase di vita, così come medesima è l’oscillazione tra desideri di individuazione e di appartenenza. Differente è lo spazio di gioco, compresso nell’immediatezza del presente: troppo poco attraente il futuro e il passato sempre più impraticabile. Inevitabile che ciò penalizzi il senso della possibilità e, con esso, uno stato interno di fiducia e speranza nelle prospettive di cambiamento.
Inibita la potenza, la moneta circolante resta quella di vecchio conio che su una facciata ha i simboli regali del senso di onnipotenza e dall’altra quelli mortificanti del senso di impotenza. Certamente è un po’ svalutata rispetto ai fasti delle posizioni illusorie del passato; il senso di realtà è ormai presente nella soggettività in costruzione.
Ma oggi non serve per finanziare sogni di gloria, non più credibili, ma per quel tanto di alienazione necessaria per difendersi da paure e angosce.
Occorre gestire il senso di frammentazione e offuscare il dolore interno
per una realtà sempre più vissuta come respingente e minacciosa.
Se il sentirsi emotivamente acutizza la sofferenza, manipolare la percezione di sé attraverso le sensazioni è una via molto più praticabile e diffusa.
L’utilizzo della molteplicità di droghe disponibili sul mercato e anche il diffondersi emergente di miscele di psicofarmaci sempre più potenti risponde al bisogno di alienarsi dalle richieste di una realtà costrittiva, rifugiandosi nella ricerca di un piacere sensoriale attraverso il quale sentirsi.
Inoltre, spostare i bisogni di dipendenza su un oggetto, disponibile a piacere, libera dai vincoli del rapporto con l’altro che, proprio perché altro da sé, non è a disposizione.
Sostanze, alcol, gioco d’azzardo, internet diventano così non solo sostituti d’oggetto, ma motivi dominanti che presidiano la soggettività.
L’adattamento a questo contesto porta a un ribaltamento in cui è l’oggetto che crea il soggetto, che permane indefinito sullo sfondo.
Se, nei casi più gravi, questa condizione è diventata strutturale, in molti altri queste condotte non compromettono successivi passaggi evolutivi.
In molti giovani che ho avuto modo di seguire, nel momento in cui è stato possibile uscire da queste dipendenze, ho riscontrato molti elementi di contatto con la condizione di “falso Sé” descritta da Winnicott.
In essi, l’assetto sottostante che emerso quando la nebbia delle abitudini tossiche si è diradata, ha evidenziato un’analoga funzione protettiva in cui il falso Sé serve a preservare il nucleo autentico del Sé dalle intrusioni di una madre ambiente che lo metteva in pericolo.
In questi casi la dipendenza tossica sembra essere un comportamento standardizzato, che catalizza il modo di guardare ed essere visto, un diversivo rispetto a un Sé nascosto, troppo fragile per lasciarlo emergere.
Le conseguenze di questo sistema difensivo non differiscono dalla descrizione di Winnicott, quando riferisce di un’inibizione della creatività e della spontaneità e di un desiderio che non nasce dall’interno, ma dall’esterno dell’individuo. In conseguenza di questo il soggetto si sente non reale, falso, non vivo. È mancata un’esperienza primaria di autenticità che ha compromesso e distorto lo sviluppo del Sé. Proprio questa mancanza indica la necessità di intendere la terapia come co-costruzione di una relazione autentica e vivificante.
Il pericolo maggiore, però, non è quando si elaborano difese per proteggersi da un ambiente distratto e non rispondente ai valori che danno significato e autenticità all’esperienza del vivere. La sofferenza di questa condizione è sintomo di una parte viva che non si può tacitare, condizione che, invece, non sussiste in un adattamento mimetico, perfettamente integrato ed assuefatto al sistema. Un vivere “come se”, direbbe Helene Deutsch, privo di autenticità affettiva, nell’imitazione di emozioni e comportamenti socialmente conformi, ma non sentiti realmente. Questa assenza di risonanze, di vita pulsionale autentica, genera un vuoto che coinvolge anche la visione dell’altro, appiattito in una visuale a specchio, privato di tridimensionalità e di quella sua essenza che, sola, lo rende un vero interlocutore.
Questa condizione toglie all’adolescente la componente della sofferenza e con essa la sua funzione sana ed evolutiva.
Spesso è un giovanotto brillante, pieno di riferimenti “alla moda”, sincronizzato con gli ultimi modelli, soggetto ideale di una società consumistica che ha espropriato la proprietà privata del desiderio in un comunismo dell’oggetto desiderato. Possederlo felicemente permette di impersonificarsi nella recita, in un “come se” che allontana un’eco di partecipazione emotiva sempre più scolorita.
Se la deriva patologica della componente trasgressiva nell’adolescente è problematica, questa condizione “come se” non lo è certamente di meno.
Avere a che fare con la trasgressione impegna la società ad occuparsene e dibatterne, tra soluzioni prospettate da chi richiede più controllo e sanzioni e coloro i quali sono più disponibili a porsi delle domande, mettendosi in gioco.
Ci poniamo le stesse domande quando tutto è “come se andasse bene”?
Il gruppo terapeutico
Nell’ipotesi di aver colto, certamente solo in piccola parte, la complessità del tema trattato da questa monografia, i differenti contributi degli autori che vi partecipano ci danno la possibilità di una visione articolata della questione.
Un insieme di persone che si apre al dibattito del rapporto tra adolescenza e gruppo. In primo piano penso al gruppo dei nostri contemporanei che, nella
loro stratificazione generazionale, rappresentano la pagina scritta in cui le nuove generazioni si trovano a cercare le loro parole e con esse lo spazio per esistere.
Dal momento che ci occupiamo dell’aver cura, non possiamo esimerci dalla responsabilità di dare un seguito in tal senso a quanto abbiamo colto di problematico, nel rapporto che ci coinvolge nell’essere gli adulti di oggi con cui gli adolescenti di oggi hanno a che fare.
In che modo rimediare a ciò che rende intransitivo il succedersi delle generazioni condizionandone la qualità dell’esistere?
Naturalmente ciascuno nella consapevolezza della necessità di mettersi in gioco per la propria parte e secondo le proprie possibilità.
Come psicoanalisti, possiamo dare voce a ciò che, dalla fondazione della nostra disciplina, è stato sempre motivo di studio e di ricerca di significati. Una continua evoluzione che ci consentisse, non solo una migliore comprensione dei problemi di un giovane nella sua crescita, ma di un modo migliore di essere e di stare con loro nell’accompagnarli.
Questo indirizzo ha animato il pensiero psicoanalitico orientandolo sempre più, nella dimensione relazionale e in una lettura delle dinamiche che coinvolgono nel trattamento la persona del terapeuta con la persona del soggetto in cura, o dei soggetti nelle terapie di gruppo.
Per farlo, la delicatezza e preziosità di una soggettività ancora fragile e ferita, necessita di essere lì, insieme con loro, vivi e veri.
Il piccolo gruppo terapeutico a orientamento psicodinamico offre l’opportunità di un’esperienza relazionale molto coinvolgente.
Quasi una terapia d’urto nella cura del disagio di tanti giovani.
Il solipsismo di un pensiero sconnesso, chiuso nell’indicibilità della propria inadeguatezza, o nella negazione come nucleo portante del Sé grandioso, fuori dal mondo virtuale dei social, è seduto in cerchio con altri come lui “Perfetti sconosciuti” potremmo dire parafrasando il titolo di un film sull’alienazione degli adulti.
Sono molteplici i motivi che contribuiscono a trasformare quello spazio occupato da individui perplessi, imbarazzati e difesi, in un luogo creativo di apertura e speranza.
Il gruppo di pari, si fonda sul patto di contribuire tutti a vivere insieme un’esperienza autentica, sulla disponibilità a condividere la propria narrazione e l’ascolto di quella degli altri, in un clima accogliente e non giudicante.
Sono le regole del gioco e come in tutti i giochi, esigono il rispetto da parte di tutti i partecipanti. In questo modo proprio perché si tratta di norme differenti da quelle che valgono nella realtà, all’interno di quel luogo circoscritto e protetto, è possibile accettare di mettersi in gioco. Ne è garante il terapeuta e la promessa contenuta nel suo invito a partecipare al gruppo come possibilità di cura e sviluppo.
Sono già i primi timidi interventi a contribuire al formarsi di un’atmosfera che favorisce la spontaneità delle libere associazioni con cui ognuno si sente spinto a partecipare.
Aprirsi alla possibilità della condivisione tra pari, sospinta dalla reciprocità che schiude l’isolamento di cui si è prigionieri, permette di sentirsi meno soli.
E proprio questo accade, man mano gli altri, da sconosciuti diventano compagni, uniti dagli stessi bisogni e desideri.
È proprio la mancanza di confronto, il senso di indicibilità della propria inadeguatezza che la cristallizza rendendola incommensurabile. Non ci sono parole per dirlo ad altri, solo un cortocircuito che monopolizza un senso di sé annichilente e nascosto in quanto inaccettabile: incompresi senza la possibilità di farsi comprendere.
Quando si confida agli altri quel senso di sé nascosto e i vissuti più negativi che lo rendevano inesprimibile, l’”anch’io”, con cui altri rispondono, riconoscendosi nello stesso carico di pensieri, ne ridimensiona peso e inappellabilità di giudizio. Lo sblocco di questa condizione è essenziale per rivitalizzare le aree del Sé, paralizzate dall’intensità di un disagio psichico e da chiusure narcisistiche mortificanti. La ripresa di una possibilità di rispecchiamento e il sentirsi riconosciuto e accolto nel gruppo, per nulla scandalizzato dal racconto, consente di liberare il filo spezzato della narrazione di sé intrecciandolo con quello della storia degli altri, in un senso comune di crescita e partecipazione.
La condizione di ritrovata autenticità è essenziale per rivisitare la genesi di un senso di Sé sfiduciato, intrappolato in umiliazioni e rabbie impotenti, reinterpretandolo in un clima affettivo teso a depotenziare sensi di colpa “biblici”, per ritrovare una dimensione progettuale, responsabile e creativa.
Anche le posizioni più resistenti, in cui la fragilità è occultata dall’arroganza e da atteggiamenti prepotenti e chiusure alla relazione, con l’invito alla partecipazione e l’incoraggiamento del gruppo si disinnescano. Troppo forte la spinta interna del bisogno di ritrovare le possibilità di un’appartenenza credibile per tenersi addosso il peso dell’armatura: pronti a rindossarla non appena usciti fuori, allo scoperto.
Sono molteplici le forme di difesa a protezione della condizione di fragilità e vulnerabilità.
Il deficit e il blocco dell’assetto narcisistico che impedisce quel rifornimento libidico emotivo indispensabile per il buon funzionamento del sé, espone a un’ipersensibilità che si traduce in permalosità e vissuti persecutori.
Per questo motivo è meglio evitare che il terapeuta interpreti, rischiando solo di incontrare la suscettibilità del giovane. Fondamentale è invece il tono, più ancora delle parole, più immediato nel trasmettere calore e fiducia.
Quando invece è un compagno del gruppo che coglie aspetti più nascosti e difesi, l’interpretazione, proprio perché proveniente da un pari nel gruppo, ne depotenzia il conflitto che la differenza generazionale con il terapeuta potrebbe invece innescare.
Il principio fondamentale che sottende la cura del gruppo e la funzione del terapeuta è quello di creare un luogo in grado di riattivare i processi di soggettivazione bloccati. Un luogo di esperienza in cui l’intreccio relazionale permette di sentirsi vivi e veri.
Lo spartito musicale non è indicato dal conduttore, è il gruppo stesso a comporlo, il terapeuta è garante dell’aver cura e interviene per favorirne i processi e impedire eventuali derive distruttive.
Questa sua posizione sullo sfondo è molto importante. Quel luogo di incontro è uno spazio dove riprendere ad esistere, costruendo insieme trame autentiche, fili di pensieri ed emozioni con cui la mente inconscia del gruppo produce per ognuno nuovi mattoni e colori del sé. Il clima onirico, di rêverie che caratterizza alcuni momenti, transita negli uni attraverso gli altri, in un sentire comune ricreativo, in quanto capace di riattivare le sensibilità e le motivazioni relazionali.
Incontrarsi diviene così una co-costruzione, direbbe Ogden, di soggettività per nuove possibilità di esistenza e reciprocità.
Nel gruppo, l’oscillazione soggetto-oggetto, i desideri di individuazione e quelli di appartenenza si alternano, permettendone una fruizione che, secondo i diversi momenti, consente di stare tanto nell’una che nell’altra, liberamente.
Il conflitto dell’aut-aut si evolve nella costruzione di nuovi equilibri aprendo la strada a un rinnovato senso di possibilità per il compiersi del divenire persona.
Il giovane, infatti, non è solo oggetto della cura, come nei trattamenti individuali, ma può intervenire attivamente come soggetto della cura per gli altri, in un ventaglio di gradazioni tra i due poli che offre la disposizione più consona al momento.
È possibile porsi al centro dell’ascolto, oggetto della cura degli altri, quando ne prevale la necessità, disporsi come soggetto nell’intervenire sull’altro, così come anche graduare differenti livelli di partecipazione nella condizione di ascolto.
È la tensione relazionale, concetto centrale di Davide Lopez, che nasce da questa capacità di modulare vicinanza e distanza tra sé e l’altro, tra il desiderio e il suo oggetto, quando la distanza non genera l’ansia di doverla colmare, ma garantisce l’autenticità della relazione nel rispetto del reciproco riconoscimento.
Quel distacco consente di essere sé e di essere con, una mancanza che innesca la possibilità del desiderare senza possedere, la libertà di pensiero e della libera soggettività.
Nel gruppo, transitare le differenti posizioni, sostandovi fin tanto che non sopraggiunge il desiderio di spostarsi su un’altra, consente la costruzione di spazi psichici in cui so-stare e ricchezza di posizioni in cui l’et-et dell’alternanza connette insieme gli opposti, coniugandoli in una dimensione di interezza.
La natura umana richiede di soddisfare l’esigenza di esserci, nel significato composito di essere sé e di essere con. Lo squilibrio di questo rapporto comporta l’enfatizzazione di una componente a scapito dell’altra: un eccesso dei bisogni di appartenenza limita, fino ad impedirli, i processi di sviluppo e di emancipazione, patologizzando la dipendenza fino alla condizione di addiction, così come lo squilibrio, incistato nella direzione dell’individuazione, penalizza l’ambito relazionale rinchiudendo il soggetto in una posizione di isolamento schizoideo.
Se per il bambino del passeggino l’ambiguità si risolve con l’illusione magica che gli permette la coesistenza di individuazione e appartenenza,
per l’adolescente quell’ambiguità è costretta a fare i conti con un senso di realtà, senza più magie, e diverrà ambivalenza, conflitto doloroso, portandolo nella difficile condizione dell’aut aut di una scelta.
Questa oscillazione è trasversale a tutto l’arco della nostra vita e determinante nel modo in cui la dinamica mancanza-desiderio si traduce in spinta vitale e vero motore della creatività, piuttosto che generativa di perenne insoddisfazione e frustrazione.
Nulla e nessuno può saturare quella mancanza e, se anche esistesse, smetteremmo di desiderare, di vivere.
La sensibilità dell’adolescente, in una fase in cui i suoi processi di sviluppo sono ancora in costruzione, vive drammaticamente questo senso di mancanza, È una condizione di sofferenza, non una malattia.
Lo sguardo adulto nei loro confronti è, non di rado, di sufficienza.
Vederli come mancanti e non nel vivo di una sensibilità meritevole di ascolto, considerazione e riconoscimento, ostruisce una comunicazione e uno scambio nient’affatto superfluo, anche per la realizzazione in senso pieno e maturo di adulti, troppo spesso resi opachi da un modo di intendere la realtà che ha smarrito i veri valori di una soggettività libera e consapevole. Adulti che nell’ascolto autentico degli adolescenti, possono ritrovare la propria adolescenza, troppo spesso rimossa perché mai risolta.
Concludo con l’estratto di un recentissimo articolo di Alessandro Baricco, in riferimento alla mobilitazione degli adolescenti, innesco di un processo che ha toccato le coscienze e smosso le piazze di tutto il mondo: un’opinione pubblica che ha imposto all’ambiguità della politica una presa di posizione che ha inciso, non poco, nel cessate il fuoco nella striscia di Gaza.
“È diventata una mossa mentale in cui una certa umanità ha preso distanza da un’altra, rivendicando una propria idea della Storia e richiedendo indietro il mondo a chi glielo stava scippando. Non è contato più niente quel che eventualmente si pensava del conflitto tra Hamas e Israele, e neppure i pregiudizi che si potevano avere sugli ebrei o sul terrorismo: si è tutto spento come una candela in una casa che brucia, da quando Gaza è divenuta molto di più che una situazione geopolitica su cui prendere posizione: oggi è il nome di un certo modo di stare al mondo.
I primi a capirlo, mi è sembrato, sono stati i giovani, quelli tra i 15 e i 25 anni. Faceva strano vederli tirare fuori quelle bandiere palestinesi, d’improvviso usciti dal loro letargo politico. Voglio dire, erano ragazzi con cui era difficile parlare di Salvini, di Meloni, perfino di Trump. Non sembravano interessati. Cambiamento climatico e identità di genere, quelle erano le cose che li appassionavano. Poi, un giorno, te li ritrovi in piazza, quattro gatti, con quella bandiera di una terra lontana di cui, obiettivamente, non sapevano quasi nulla. Oggi che centinaia di migliaia di persone, in tutto il mondo, scendono in piazza con quella bandiera addosso, bisogna ammettere che quei ragazzi erano un quarto d’ora davanti a tutti: e adesso è molto, davvero molto importante capire in cosa hanno anticipato gli altri, e qual è il salto concettuale che hanno fatto con una velocità di cui nessun altro è stato capace” (Baricco, 2025).
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Fulvio Tagliagambe è Psicoanalista associato della Società Psicoanalitica Italiana (SPI), Membro dell’International Psychoanalytical Association (IPA), Socio fondatore e Presidente del Cart Onlus, centro di psicoterapia e cura delle dipendenze, Psicoterapeuta e già vicepresidente dell’Associazione di Psicoterapia di Gruppo (APG), Docente della scuola di specializzazione della Coirag. È stato redattore di “Polaris, Psicoanalisi e mondo contemporaneo”. È stato redattore della rivista “Gli argonauti” Psicoanalisi
E-mail: fulta@me.com